Associazione Italiana Cavalieri Endurance

Endurance DPA NON DPA nostra opinione

Da giorni sulle nostre pagine virtuali imperversa la polemica circa la scelta di destinazione dei cavalli iscritti al registro federale. DPA o non DPA, questo è il dilemma…! Beh, anche noi vorremmo dire la nostra sulla faccenda, che non è priva di contraddizioni e di trappole interpretative. Infatti, chi tra allevatori e proprietari di cavalli non si è trovato, almeno una volta, a fare i conti con la burocrazia amministrativa e sanitaria e si è chiesto quale valore avessero realmente le scelte e gli obblighi a cui si viene sottoposti in certi casi…!? Chi non ha l’impressione che l’affetto e la dedizione verso i propri amici animali sia misurata da una opzione documentale, piuttosto che dalla vita che offriamo loro…!? Sono certo che la mia domanda non è peregrina e che molti di coloro che mi leggono comprenderanno ciò che intendo. Ora, se esaminiamo con diplomatico raziocinio la politica della FISE, essa appare ovviamente conciliatoria e tendenzialmente condivisibile. In realtà diciamo che non sarebbe possibile immaginare di ottenere più di quanto essa dispone sull’argomento. Diversamente si rischierebbero derive di fanatismo animalista, che ci allontanerebbero dalla responsabilità di ricordarci che, purtroppo, all’uomo occorre dare un ordine sociale ed etico ai rapporti con il mondo animale. Ciò non sarebbe necessario se i cavalli, TUTTI, vivessero liberi e bradi e se l’uomo interferisse nel loro bio-equilibrio senza essere controllato e gestito da organizzazioni che regolano l’interazione tra le due specie. Solo in quel caso potremmo non essere onestamente realisti. Ma la storia attuale della nostra civiltà ha fatto del cavallo molto di più di un compagno con cui trascorrere ore gioiose e spensierate… Il cavallo oggi è un atleta nel senso più artificioso del termine, una macchina sportiva oserei dire (pronto ad essere smentito da chi ne ha facoltà), costruita e destinata ad attività per l’umano godimento, costretto a modi di vivere che hanno trasformato la sua natura ancestrale, sottoposto a performance che superano i suoi stessi limiti fisici e mentali, proposto come oggetto di mercato e mezzo di arricchimento, al costo della sua stessa vita… Ma vi siete chiesti cosa vi risponderebbe lui, se avesse facoltà di parola e lo interrogaste sull’argomento che ci sta appassionando…??? Io credo che lui ci parlerebbe di come vorrebbe vivere, piuttosto di come vorrebbe morire. Già, poiché le due circostanze sono legate da un rapporto di causa ed effetto. In parole povere, è la sua vita che ne decide la sua morte. Se un cavallo vive in un prato insieme ad altri animali e conduce una vita a sua misura, morirà di vecchiaia o di intervenute malattie, se è sfortunato. Ma se un cavallo è impegnato in attività faticose, logoranti e pericolose, allora esso ha molte probabilità di incorrere in incidenti che ne difettino il corpo o ne causino la morte. Questa, ahimè, è una condizione della quale tutti siamo consapevoli e nessuno intende assurgersi a giudice o muovere accuse, poiché tutti siamo coinvolti allo stesso titolo, quali sportivi, proprietari o cavalieri. Ma il senso della misura e dell’equilibrio a cui ho fatto cenno prima dovrebbe indurci a fare doverose riflessioni e farci intervenire attivamente su determinati fenomeni, esaminando le nostre coscienze e denunciando coraggiosamente (come abbiamo fatto sempre noi) le ingiustizie di un sistema che implode per ossequiare interessi che travalicano la sensibilità e il rispetto per la vita. A questo punto mi chiedo quale sia la regola o la scelta giusta…? Forse non ne esiste una, oppure è giusto che ce ne siano diverse, come diverse sono le culture, le storie degli uomini e le loro vite. Così, possiamo accogliere una dottrina di riferimento e una critica alla stessa, ma non possiamo accettare che condanne morali e indicazioni di merito vengano rivolte, senza una equa coscienza e una ampia conoscenza. Non credo di peccare di eresia se dico che I cavalli sono tutti uguali , ma c’è differenza tra macellarli e mantenere una famiglia e mandarli a correre nel deserto fino a farli morire, pur di soddisfare i desideri del ricchi di turno e riempire le proprie tasche. Molto tempo fa un uomo venuto da lontano ha detto: “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”.

Francesco Coppa

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